Banda larga e Agenda Digitale: il resoconto del Broadband Forum

Si può parlare di Agenda Digitale senza garantire l'accesso alla banda larga a tutti?

Banda larga e Agenda Digitale: il resoconto del Broadband Forum

Si è tenuto ieri mattina a Forum PA il “Broadband Forum: Agenda Digitale e banda larga nell’Italia delle Regioni”, evento organizzato da Key4biz in collaborazione con Forum PA e con il supporto di Skylogic.

Tra gli argomenti affrontati da parte di qualificati rappresentanti del mondo delle imprese, delle università, della Pubblica Amministrazione, degli enti locali e del mondo dell’associazionismo, sicuramente gli obiettivi dell’Agenda Digitale e dei suoi servizi, assieme al ruolo di Adsl, Fibra, Mobile e Satellite per garantire il diritto d’accesso alla rete a banda larga a tutto il Paese.

Un’iniziativa ispirata dalle parole pronunciate lo scorso febbraio a Bruxelles da Neelie Kroes, Vicepresidente della Commissione europea reponsabile per l’Agenda Digitale, dedicate proprio al tema dei servizi mobili via satelitte: “Da introdurre in tutti i Paesi europei come misura opportuna per l’innovazione dei mercati e dell’offerta di servizi alle imprese e ai cittadini, utili soprattutto in quelle aree considerate remote e rurali, complementari infine agli obiettivi dell’Agenda Digitale europea con lo scopo di garantire a tutti la disponibilità della banda larga”.

Un evento che ha grande valenza pubblica, ha ricordato in apertura di convegno Raffaele Barberio, Direttore di Key4biz e moderatore degli interventi. “La banda larga via satellite offre oggi grandi opportunità in termini di digital divide ed inclusione sociale – ha spiegato meglio Barberio – e bisogna assicurare a tutti i cittadini la migliore condizione di poter accedere alla rete con qualsiasi modalità, superando barrire di natura tecnologica e culturale”. “Nello sviluppo della banda larga il focus deve spostarsi sull’uso intelligente delle risorse pubbliche – ha precisato il direttore di Key4biz – purtroppo in Italia non sempre è così, come nel caso della Basilicata, dove l’ente ha utilizzato i fondi europei attraverso un bando che prevedeva l’esclusione del satellite. Un fatto grave, da cui è nata anche un’interrogazione parlamentare. In un momento così difficile bisogna includere tutte le tecnologie, gestire in maniera oculata le risorse, altrimenti le difficoltà aumentano invece di diminuire. Soprattutto a livello delle regioni, centri nevralgici del Paese”.
Nel suo saluto introduttivo, Achille De Tommaso, Presidente di ANFoV, associazione per la convergenza nei servizi di comunicazione, ha ricordato che proprio oggi dovrebbero essere promulgati i decreti per l’accelerazione dei pagamenti della PA verso le aziende private: “Il pubblico deve essere il fattore trainante per l’economia nazionale, per la domanda di servizi. Le aziende hanno bisogno dell’azione della PA in tal senso, ma c’è anche necessità viva di sbloccare i pagamenti alle imprese. Per la costruzione della banda larga serve l’impegno delle Istituzioni e maggiori risorse pubbliche. Si usa quello che c’è, certamente, non solo per ottimizzare le infrastrutture preesistenti, ma anche perché i soldi sono pochi. È quindi fondamentale utilizzare tutte le piattaforma possibili e affermare la neutralità tecnologica, ulteriore fattore decisivo per la crescita del Paese e della nostra economia”.
Roberto Azzano, Practice leader di NetConsulting, società di consulenza e di analisi sul mercato dell’informatica, delle telecomunicazioni e dei media, ha invece evidenziato tre ambiti di intervento per le tecnologie dell’innovazione: “Il primo relativo a tutte le normative settoriali, quindi il decreto per lo sviluppo, le liberalizzazioni, le semplificazioni, la nuova fiscalità e il CAD o nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale, il secondo agli ecosistemi digitali che devono contenere l’istruzione, l’egovernment, i pagamenti elettronici, la realizzazione delle smart city e l’entertainment, per finire con i piani per l’innovazione e le reti di nuova generazione o NGN che richiedono una parte attiva di Regioni e Comuni per l’innovazione dei territori, l’accesso a tecnologie abilitanti e un ruolo nuove degli attori italiani e non dell’Information & Communication Technology (ICT)”.
Le città si stanno espandendo e servono nuovi piani per la mobilità intelligente a favore di nuove forme di urbanizzazione e comunicazione tra aree e comparti cittadini; per lo scambio di informazioni in tempo reale e la connessione di comunità e singoli. L’agenda digitale deve comprendere anche tali livelli di economica da interconnettere con gli altri comparti di servizio a disposizione di cittadini e imprese.
Altri punti su cui intervenire e che sono complementari all’Agenda Digitale, secondo Azzano, “Sono la moneta elettronica, la certificazione, la sostenibilità energetica, il CAD e i pagamenti della PA alle imprese, il decreto semplificazione, nuove norme per l’accesso dei giovani al lavoro e nei diversi settori della società, le liberalizzazioni e una diversa organizzazione degli Ordini professionali, la lotta al contante e interventi a livello di commissioni bancarie”.
Nuove regole, insomma, fondamentali per la realizzazione di tutti questi punti in agenda, come nel caso dei pagamenti elettronici, da cui partono i processi di a sostegno dell’ebusiness, quindi dell’ecommerce, la moneta elettronica, nuovi modelli di business, più alti livelli di competizione e i micropagamenti. Le resistenze principali a tali processi, hanno spiegato dal palco, sono principalmente legate alle abitudini culturali, alle posizioni di rendita derivate da vecchi rapporti di potere in seno alla Pubblica Amministrazione e alle Istituzioni stesse.
Sono le città il motore della crescita economica europea, strutturate sull’economica dei servizi, sull’imprenditorialità connessa, sul risparmio energetico virtuoso. In Europa il 50% della popolazione vive in città e il fenomeno dell’immigrazione e della pluralità culturale gioca un ruolo decisivo nel futuro sviluppo dei centri urbani e dei relativi tessuti economici.
L’Italia è in ritardo nella governance di tali fenomeni, ha ribadito Azzano, ma c’è margine di miglioramento: “Non mancano i progetti, grazie al ruolo guida della Comunità europea, metà dei comuni medio piccoli ha formalizzato azioni di medio lungo periodo per la sostenibilità. Le regioni hanno un ruolo fondamentale per l’attuazione dei piani per l’innovazione, anche se il sistema degli incentivi è complesso e confuso, soprattutto in relazione al patto di stabilità che limita i finanziamenti. Le municipalità hanno tre esigenze principali: disporre di modelli di project financing e PP, riqualificare i finanziamenti per l’innovazione e slegare gli investimenti a sostegno del patto di stabilità”.
Riguardo alla banda larga, il nostro ritardo è nel deficit di utilizzo delle famiglie italiane che accedono a internet nel 61,6% dei casi, mentre la banda larga superiore ai 10 Mbps è utilizzata solo dal 14,4%. Altrettanto scarso è il numero di coloro che utilizzano l’ebanking e l’ecommerce, ponendo al Governo stesso la necessità di intervenire per dare maggiore impulso a tali attività, che in altri Paesi europei rappresentano fette importanti del prodotto interno lordo.
Ecco perché l’Agenda Digitale è un obiettivo base per l’Italia e per la sua realizzazione sono sempre più necessari gli apporti dell’Agcom e di Confindustria digitale, a cui c’è da aggiungere la consultazione e il disegno di legge Gentiloni-Rao (presentato dall’ex ministro Paolo Gentiloni del Pd e da Roberto Rao dell’Udc) dedicato alle misure per lo sviluppo della domanda di servizi digitali, per far crescere la cultura digitale delle pubbliche amministrazioni e per stimolare lo sviluppo di servizi digitali al cittadino e alle imprese, in linea con quanto promosso già da tempo dalle istituzioni europee.
Di aiuto anche ragionare in termini di ‘agende digitali regionali’, ha ricordato ancora Azzano, a cui si devono affiancare i piani per la banda larga a livello locale: “In tale contesto è fondamentale il coordinamento tra la cabina di regia del Governo, le Regioni e gli enti locali per sfruttare tute le piattaforme a nostra disposizione, come l’xDSL, il mobile, il WiFi e certamente il Satellite”.
Nel Primo Panel del convegno, “Banda larga, istituzioni ed enti locali per l’Agenda Digitale” si è voluto approfittare della presenza di rappresentanti delle Regioni, delle società in house e del mondo accademico per sottolineare il ruolo chiave svolto dagli enti pubblici locali nella realizzazione dell’Agenda italiana.
Come ha avuto modo di dire Carlo Maccari, Assessore digitalizzazione e semplificazione della Regione Lombardia e rappresentante delle Regioni nell’Agenda Digitale Italiana, l’Italia non è all’anno zero, semmai c’è il problema di coordinare le azioni in un contesto temporale molto limitato. “La difficoltà maggiore è trasferire alle comunità e alle imprese risorse e strumenti per agire. In un primo momento la cabina di regia è partita senza la presenza degli enti locali e delle Regioni – ha dichiarato Maccari – solo a un mese dalla scadenza siamo stati convocati. Non è possibile pensare di procedere con la digitalizzazione del Paese senza considerare il lavoro già svolto a livello regionale e locale. Tutte le esperienze devono concorrere al raggiungimento dell’obiettivo prefissato dall’Agenda Digitale. Serve un lavoro di coordinamento, perché i Comuni hanno speso molti soldi in tecnologie, ma gestendole male, non sfruttandole e senza interconnettere tutti i soggetti attivi sul territorio. In Lombardia non c’è un sistema in grado di far dialogare le centinaia di amministrazioni locali. C’è da affidare dei compiti precisi a tutti affinchè assieme ci si muova verso gli obiettivi posti dall’Europa. Le criticità sono: incentivare la domanda di digitale nei confronti dei cittadini. In Lombardia ci sono 707 su 1544 comuni ancora in digital divide. Stiamo investendo nelle aree a fallimento di mercato, ma proprie in tali aree la richiesta di servizi dal cittadino è bassa. Le imprese, le associazioni, i cittadini stessi non sono culturalmente pronti a comprendere le grandi opportunità insite nella rete. Qui si deve incidere di più. Troppa gente pensa che si può vivere tranquillamente senza internet e servizi digitali. C’è da avvicinare le PMI ai giovani, a coloro che sono nativi digitali, in tal modo si permette a loro di entrare nel mondo del lavoro prima e alle imprese di comprendere il ruolo e le potenzialità delle nuove tecnologie. A livello cittadino ogni edificio nuovo deve essere cablato e dotato di infrastrutture di rete. Stiamo intensificando i rapporti con il Governo per fargli capire il ruolo della filiera istituzionale, perché è a livello locale che si gioca la partita più grande”.
Portando l’esperienza in Emilia-Romagna, Gianluca Mazzini, Direttore generale di Lepida, braccio operativo promosso dalla Regione Emilia-Romagna (RER) per la pianificazione, lo sviluppo e la gestione omogenea ed unitaria delle infrastrutture di telecomunicazione degli enti collegati alla rete territoriale: “Sono 412 gli enti che partecipano a Lepida in condizione paritaria. Siamo il braccio operativo della Regione Emilia Romagna. I nostri 348 comuni erano all’inizio privi o quasi di fibra ottica. La Regione tramite noi ha investito in una rete di 2500 km di tubi che interconnettono tutti i principali comuni (270 circa), con l’obiettivo di raggiungere anche le aree rurali e montane. Stiamo realizzando una dorsale wireless sud-nord, montagna-pianura, con l’effetto di evitare lo spopolamento della montagna e la nascita di un tessuto economico più vivace. Cerchiamo di servire allo stesso tempo la PA locale, i cittadini e le imprese, per abilitare il mercato nel suo insieme. Vogliamo portare 2 Mbps a tutti entro il 2013, il restante digital divide verrà affrontato con tutte le tecnologie disponibili, cercando di favorire la fibra ottica. La Regione ha una copertura generale del 96,5%. Serve però un maggiore impegno sul lato culturale, far capire a cittadini e imprese i vantaggi dei servizi in rete e delle nuove economie digitali. Si devono creare un sistema di identificazione unico, un sistema di pagamento unico, più coordinamento tra i soggetti, per qualificare il sistema di gestione della rete e dei servizi e per ridurre ulteriormente i costi”.
L’Italia rimane pur sempre un Paese di eccellenze, ha affermato Marco Mena, Director Between, società attiva nella consulenza strategica e tecnologica nel settore dell’ Information & Communication Technology (ICT) con una particolare focalizzazione nel settore delle telecomunicazioni, pur con forti disomogeneità tra aree avanzate e aree economicamente e culturalmente depresse. “Sul tema del digital divide – ha spiegato Mena – c’è da lavorare affinchè sia superato entro il 2013. C’è un piano governativo per il reperimento delle risorse, ma mancano circa 400 milioni di euro. C’è oltre quello delle risorse anche il problema del modello da seguire. Per l’allungamento del backhole le Regioni possono essere molto utili, mentre meno chiara è la modalità di copertura dell’ultimo miglio. Non si conosce ancora il mix tecnologico migliore che può essere utilizzato nei territori. Un punto importante, perché le Regioni sono molto lente in termini di efficacia delle azioni e dei processi, soprattutto a causa della lentezza endemica della burocrazia amministrativa, andando a limitare gli effetti positivi delle piattaforme tecnologiche a causa dei ritardi nell’attuazione dei piani stessi. Tutti gli investimenti fatti nel tempo saranno recuperati, ma a mancare è una mappatura chiara e dettagliata delle infrastrutture esistenti che possono essere ancora buone per supportare la rete nel suo complesso”.
“L’ICT necessità di un ecosistema per sconfiggere i renitenti digitali – ha invece sottolineato Giorgio Ventre, Professore ordinario all’Università Federico II di Napoli – Un territorio da innovare comporta il coinvolgimento di tutta la popolazione ed i soggetti economici, oltre che le amministrazioni, e in molti non comprendono l’importanza dei processi innovativi. Serve maggiore sintonia tra l’ente locale e le aziende, in tutti i settori, dalla produzione alla distribuzione ai servizi. Il problema è che servono dei gruppi di lavoro che siano in sintonia, un ente pubblico più sensibile all’innovazione e orientato ad anticipare i problemi ed un maggiore impegno per ridurre il digital divide. Obiettivi raggiungibili solo ed esclusivamente in presenza di una cultura digitale diffusa. L’Università può svolgere un ruolo di facilitazione del processo di alfabetizzazione digitale ed informatica. Recentemente, il dipartimento di informatica e sistemistica della Federico II ha deciso di mandare 40 tirocinanti presso il Comune di Napoli da affiancare ai dipendenti dell’ente e rendere utili i piani di formazione accademici, con il risultato di evidenziare uno scambio di competenze attivo e non una semplice presenza”.
Punti di vista, questi espressi dagli speaker del Forum, che sono stati condivisi anche da Mercedes Bresso, Presidente del Comitato delle Regioni dell’Unione Europea a Bruxelles, che in una video intervista ha voluto sensibilizzare la platea sull’argomento del digital divide e sull’importanza del suo superamento come base per lanciare il Paese nell’Europa digitalizzata: “A partire dall’utilizzo del satellite e del wireless, essenziali per portare la rete in zone rurali e montuose di cui tanta parte del nostro territorio è composta”.
Ancora Achille De Tommaso, stavolta in veste di CEO di Skylogic, ha presentato il un nuovo sistema satellitare KA-SAT, 30 volte più potente di un classico satellite e che lavora su banda KA ad alta qualità, già attivo in Irlanda, Regno Unito e Francia. Una tecnologia che non si deve usare solo in situazioni svantaggiate, perché è una vera e propria alternativa ai sistemi terrestri come l’Adsl e la fibra. “KA-SAT funziona anche su rete terrestre grazie ai teleporti di Udine, Torino, Parigi e di quelli in Sardegna. Ci sono 83 spot per fare in modo che la stessa frequenza possa essere sfruttata da più operatori. Una rete terrestre avanzata in fibra a livello internazionale, con 10 gateways in Italia a loro volta connessi a 55 Paesi. La primavera libica, ad esempio, è stata fortemente supportata dalla nostra rete nei processi di comunicazione elettronica che poi si manifestano nei popolari social media. In Europa abbiamo 50 mila terminali installati”. Ecco un esempio di come una nuova tecnologica che offre un servizio avanzato e fortemente competitivo con le altre piattaforme, è in grado di cambiare in positivo le regole. Spesso nei centri urbani, anche i più grandi, ci sono delle zone in digital divide non considerate e non raggiunte dalla rete in maniera soddisfacente. Non ovunque arriva la fibra se non c’è abbastanza domanda o un numero qualificante di aziende. Ecco perché il satellite è un servizio alla portata di tutti e su misura, a costi molto ridotti, per utente consumer e business, B2B e B2C, assicurando 20 MB a chiunque. “Non costruiamo infrastrutture – ha spiegato De Tommaso – ma offriamo servizi di qualità, più personalizzati e potenti al pari, se non superiori, di quelli offerti dalla fibra”.
Nel secondo Panel, “L’Agenda digitale e i nuovi servizi per i cittadini e le imprese”, si è spiegato il valore dell’Agenda Digitale in termini di sviluppo economico e di crescita. “Per i servizi servono infrastrutture che raggiungano tutte le categorie di consumatori – ha dichiarato Gianluca Attura, Amministratore Delegato di Avaya, azienda leader mondiale nei sistemi di comunicazione per le imprese – canali efficienti tramite cui erogare applicazioni di ecommerce, pagamenti online, transazioni sui più disparati device di connessione. Il problema è che in Italia c’è carenza di infrastrutture e quindi di offerta di servizi di qualità. Tale mancanza determina una sfiducia da parte degli investitori che non credono alle potenzialità del nostro mercato. Paradossalmente siamo stati per anni un Paese all’avanguardia nelle tlc, una best practice, ma la catena nel tempo si è sfilacciata e depauperata, perché non si è più innovato, non solo in tecnologie, ma nei processi; non si è più investito in infrastrutture, con conseguente perdita di posti di lavoro, di competenze e competitività. Il gap con l’Europa va recuperato, pena il declino ulteriore del nostro mercato. La PA italiana sta crescendo, rispetto anche il resto di Europa, grazie alle nuove tecnologie (video conferenza, tele presenza) applicate ai processi, con conseguente riduzione dei costi e aumento dei vantaggi, un esempio da seguire sia per gli enti locali, sia per le aziende”.
Diversamente Cesare Avenia, Presidente Asstel e membro del Consiglio Direttivo di Confindustria Digitale, ha sostenuto che il problema non è solo legato alle infrastrutture, ma anche al cultural divide che c’è nel Paese e che pare ramificato molto in profondità. “Non sappiamo sfruttare la rete che abbiamo a disposizione, ne utilizzare in maniera efficace i device tecnologici che sono sul mercato. Potrebbe essere utile un piano di switch off digitale, facendo sì di avere una normalizzazione dei processi digitali. Confindustria sta seguendo da vicino la cabina di regia, individuando sette settori di intervento per seguire l’evoluzione dei lavori. Importantissimo il coordinamento delle iniziative tra tutti i soggetti, perché nessuno può raggiungere gli obiettivi prefissati da solo. La dead line è il 15 giugno e va mantenuta, altrimenti si rischia di perdersi e di dare precedenza ad altri problemi. Lo sviluppo è primaria preoccupazione per tutti, non c’è da perdere tempo. Bisogna mettere in rete centinaia di migliaia di imprese e i relativi distretti industriali, facendo ricorso a tutte le tecnologie di connessione disponibili e facendo crescere l’alfabetizzazione informatica e digitale dei cittadini”.
Più propenso ad un approccio ecumenico è Paolo Di Domenico, Head of customer affairs di Vodafone Italia, secondo il quale: “Per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda Digitale il punto non e’ stabilire se c’e’ la domanda o meno, ma recuperare il ritardo nella realizzazione della banda ultralarga fissa in una logica di complementarietà tra reti fisse e mobili. Nelle telecomunicazioni fisse – ha spiegato Di Domenico – non si è creato quel circolo virtuoso che nel mobile ha conciliato investimenti in innovazione e calo dei prezzi perchè è mancata sufficiente apertura alla competizione. Per permettere la realizzazione di una infrastruttura il più possibile capillare bisogna adottare una soluzione infrastrutturale che permetta l’accesso al maggior numero di operatori. Per questo la ricetta è la realizzazione di un’unica infrastruttura in fibra FTTH, aperta a tutti gli operatori”.
Sulla stessa linea si è posto anche l’intervento di Pietro Pacini, Responsabile governo della tecnologia di Poste Italiane, la più grande azienda italiana e tra le più grandi in Europa, che ha spiegato come ben 100 comuni nel meridione saranno coperti da WiMAX, grazie ad un progetto da poco avviato, mentre altri uffici di poste saranno progressivamente cablati da fibra. “Nei nostri uffici passano 20 milioni di bollettini per diversi miliardi di euro al giorno e la qualità del servizio è fondamentale, anche in relazione alle transazioni richieste dai migranti che lavorano sul nostro territorio e che sono grandi consumatori di servizi. Il tema delle infrastrutture è per noi fondamentale e sono già 5 i data center di cui disponiamo. Ma la cosa più importante è il cambiamento culturale che si è verificato nella nostra azienda e che ci ha permesso di evolverci su tutti i mercati dei servizi di poste e telecomunicazione. Il livello di alfabetizzazione è tra i più alti in Italia e questo è fondamentale per saper gestire i tanti servizi che offriamo. L’Italia in questo si conferma sempre un Paese a due velocità: da una parte chi utilizza da tempo l’ecommerce, l’epayment, l’eticketing e altri servizi innovativi, mentre dall’altra c’è una grande quantità di cittadini che sono assolutamente a digiuno di economia digitale e di servizi di egovernment”.
“Il divario digitale deve essere interpretato come divario di natura tecnologica e sociale – ha spiegato Nicola De Carne, Amministratore Delegato di Wi-Next – solo così si riesce a capire in maniera esatta come e dove intervenire. All’aumentare del numero di nodi aumenta il numero di utenti. Sono numerosi i device che abbiamo tra le mani quotidianamente e insieme danno vita ad un ecosistema in cui la popolazione è immersa 24 ore su 24. Certo, siamo ancora ad un 8% di cittadini in digital divide, ad essere ottimisti. Il ruolo della PA allora diviene ancora più chiaro e rilevante e deve essere mirato alla diffusione delle tecnologie e all’inclusione dell’utente cittadino”.
Meno convinto è Sergio Veroli, Presidente di Consumers’ Forum, che ammette: “C’è il rischio di essere troppo ottimisti nel dare certi numeri relativi alla PA e al livello di cultura digitale del Paese. Senza considerare il problema del costo da sopportare e le risorse disponibili. I costi delle Tlc sono ridotti, ma complessivamente gli utenti hanno difficoltà ad accedere a certi servizi e alla fibra li dove c’è. L’obiettivo deve essere offrire banda larga per tutti a costi accessibili e rafforzare i processi di semplificazione. Altrimenti rimaniamo lontani dai parametri europei”.
Ultimo Panel, “La banda larga ha bisogno di infrastruttura”, è stato dedicato alle diverse tipologie di infrastrutture e al ruolo degli operatori e del pubblico. “Ogni tecnologia ha un suo ruolo e una sua rilevanza nel mix di piattaforme oggi disponibili – ha dichiarato Francesco Vatalaro, Professore ordinario all’Università Tor Vergata di Roma e presidente del Comitato NGN-Agcom – Se questo Paese vuole mettersi al passo con le altre realtà mondiali che investono sull’innovazione delle reti di accesso, deve trovare nuove risorse e attuare piani efficaci. Si è perso tempo in dibattiti infruttuosi, come nel caso della rete unica. I Paesi che corrono di più sono quelli in cui c’è maggiore concorrenza infrastrutturale e non solo nei servizi. Ci sono due iniziative da tenere presenti: quella di Telecom Italia, che vuole portare la fibra alle cabine di strada di 100 città e a poche centinaia di metri dagli edifici, e quella lanciata da F2i e Metroweb, che promette l’Ftth, la fibra a casa, in 30 città, ovvero il 20% della popolazione residente. Un obiettivo ambizioso. Un esempio di competizione infrastrutturale. Da noi si è cercato di mettere tutti d’accordo su una unica rete, perdendo così solo tempo prezioso e penalizzando il consumatore, ora finalmente qualcosa si muove”.
Stefano Nocentini, Responsabile marketing top & public sector di Telecom Italia, visto che la sua azienda è stata chiamata in causa, ha voluto precisare che ci sono due modi di affrontare il tema delle infrastrutture: “O sono considerate un sevizio della Stato, senza business plan, o nascono dalla presenza di una domanda precisa a cui le aziende danno risposta. Per troppo tempo in Italia si è pensato che il driver per la diffusione della fibra potesse ancora essere la televisione, riscontrando poi che non era così per la concomitante diffusione del digitale terrestre, del satellite e per la crisi economica che ha inciso sulla spesa del consumatore. Le aziende hanno oggi la possibilità di entrare nella nuvola, perché hanno bisogno di risolvere il problema dell’informatica e della spesa che ne deriva. L’IT da acceleratore del business si sta trasformando a freno. Più dell’80% della spesa in informatica serve a mantenere attivo il sistema e la legacy. Da qui l’esigenza di spostare l’informatica da una logica distribuita ad una accentrata e cloud, ma c’è bisogno di banda larga crescente e simmetrica. La nuvola oggi è bidirezionale, in grado di spostare le informazioni di continuo. Telecom spende 3 miliardi di euro l’anno nelle sue reti e vuole offrire ai suoi clienti la banda di cui hanno bisogno e che possono pagare. Per avere più banda servono soldi e i clienti business vogliono sostenere tale spesa per un servizio di qualità. Bisogna investire cominciando dalla parte produttiva del Paese e dalla PA, quindi sulle smart cities e nell’ehealth (teleassistenza, teleriabilitazione)”.
Il mercato italiano è fondato su un’unica rete, secondo quanto ha affermato Karim Antonio Lesina, Executive director EMEA government affairs di AT&T. “L’incremento dei dati è enorme ed il flusso generato non può passare solo per una rete. Servono più infrastrutture, innovative ed efficienti. AT&T investe 20 mld di dollari ogni anno in America. In Italia si deve fare tesoro delle infrastrutture preesistenti, perché l’upgrade conviene farlo solo quando la domanda avrà raggiunto un certo livello. La nostra azienda ha scelto la neutralità tecnologica come paradigma base su cui partire per offrire i servizi sul mercato americano. Per offrire servizi in aree rurali e scarsamente abitate negli USA abbiamo infatti fatto ricorso al satellite. Si devono rilanciare gli investimenti in italia. Anche il cultural divide va affrontato con maggiori risorse, perché i soldi stanziati dall’Europa sono destinati a 27 Paesi, con troppa dispersione di risorse. C’è poi sempre da chiedersi perché i privati non investono in Italia”.
Salvatore Lombardo, Direttore generale di Infratel, ha ripercorso la storia recente del nostro Paese, spiegando che: “Nel 2006 il 25% del territorio era in digital divide. Oggi, su una mappatura di 15mila aree, su 8000 che erano in digital divide siamo scesi a 4000 su cui concentrare il nostro sforzo. Non si parla più di comuni in digital divide, ma di persone. Perché ci sono aree interne ai comuni che non sono coperte. 2,5 mln di cittadini sono serviti da fibra ottica e gli investitori hanno accettato di investire in aree di fallimento di mercato, con i primi ritorni documentati. Tramite il piano di banda larga bisogna incentivare gli imprenditori ad investire in aree di fallimento rimaste ancora bianche, come modello, o sennò sostenere la domanda del consumatore per attirare il privato. C’è necessità di un raccordo tra Stato e Regioni”.
Achille De Tommaso è poi ritornato sull’argomento, affermando: “Il satellitte è il migliore amante della fibra. Dove non c’è fibra significa che non c’è ritorno e non ci sarà mai, quindi le aziende non investiranno. Ecco che entriamo in campo noi, con il satellite, portando il servizio a tutti, anche fosse un solo utente”.
In conclusione di forum, Francesco Vatalaro ha voluto sottolineare ancora una volta che il divario infrastrutturale, culturale e di utilizzo della tecnologia è un problema che certamente affligge il nostro Paese, ma è quello culturale a pesare di più. “Lo scarto massimo dell’Italia rispetto al mondo, secondo il World Economic Forum, è nella libertà di mercato, nell’eGov che non parte, nei servizi della PA, nell’alfabetizzazione culturale del cittadino. In un altro studio, invece, il confronto è fatto con la Svezia e noi abbiamo perso terreno perché siamo scarsi di domanda di servizi, perche non abbiamo sviluppato ricette di crescita basate sull’ICT, e per colpa della mancanza di servizi e piattaforme online di qualità. Mancano modelli di business competitivi e non riusciamo a aviluppare reti di supporto alle imprese e al cittadino per offrire contenuti e servizi. Il cittadino è pronto, ha tutti i device a disposizione già acquistati, non deve essere considerato causa dei problemi, semmai la sua condizione è effetto e conseguenza delle scelte sbagliate negli anni fatte da altri soggetti”.

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